“Per tradurre un romanzo in immagini, è necessario che accada qualcosa di significativo. Deve manifestarsi una sorta di attrazione, e una parte profonda di me deve riconoscersi nella storia, nei personaggi e nelle emozioni che essa evoca”. Con queste parole, il regista Silvio Soldini esprime il suo legame con Le assaggiatrici, un’opera che lo ha fatto sentire “a casa”, nonostante la distanza temporale e geografica dalla sua amata Milano. L’anteprima del film si è svolta ieri, 15 aprile 2025, presso il cinema Anteo, dopo la presentazione al Bif&St – Bari International Film & Tv Festival. Il film arriverà nelle sale cinematografiche a partire da giovedì prossimo.
Il regista Silvio Soldini ha rivelato cosa lo ha attratto del romanzo di Rosella Postorino: “La scrittura è coinvolgente, capace di trascinare il lettore fino all’ultima pagina. Il personaggio di Rosa è affascinante, forte e ricco di contraddizioni. Molti dei miei film hanno come protagoniste donne, ma in questo caso Rosa è affiancata da un gruppo di altre nove donne, le assaggiatrici, che hanno il compito di assaporare i piatti destinati a Hitler per verificare se siano avvelenati, un vero e proprio gioco di roulette russa. Ho cercato di conferire a ciascuna di loro un carattere distintivo, una vita propria e una complessità unica”.
Questo rappresenta il primo film in costume per Silvio Soldini, che ha affrontato una sfida significativa: “Il mio timore principale era di non riuscire a rendere giustizia alla vera storia di queste donne. Quando guardo film in costume, spesso avverto una sensazione di artificiosità, una difficoltà a credere nei personaggi. Desidero immergermi nella loro vita e conoscerli a fondo. Ho prestato particolare attenzione ai costumi, all’ambientazione e al trucco, cercando di rendere la storia non solo un ricordo del passato, ma anche un riflesso di una possibile realtà distopica”.
Dopo aver realizzato un film in lingua ceca con Brucio nel vento, Silvio Soldini ha affrontato il tedesco per Le assaggiatrici. “Non ho avuto dubbi sin dall’inizio: una storia ambientata in Germania nel 1943, durante la guerra, doveva essere raccontata in tedesco. Questo conferisce autenticità. Ho avuto il piacere di lavorare con attori e attrici straordinari, disposti a investire anima e corpo nel progetto. Non conosco il tedesco e non ho avuto modo di apprenderlo durante le riprese, ma per un regista è meno complicato lavorare con attori di lingua straniera rispetto alla sfida di un film in costume, poiché si può sempre contare su un interprete e sulla lingua comune dell’inglese“.
Il regista ha dedicato il film a Antonella Viscardi, direttrice di produzione recentemente scomparsa. “Con lei ho avviato il progetto di questo film. Abbiamo condiviso molte esperienze, discussioni e momenti di confronto. Ho cercato di comprendere il significato della sua frase: ‘Questa è una grande storia… che devi dipingere con un piccolo pennello’. Ho cercato di mettere in pratica questo concetto”.
Il tempo gioca un ruolo fondamentale in questo film, che segna un altro passaggio nella carriera di Silvio Soldini. Sono trascorsi 40 anni dai suoi primi documentari e 25 da Pane e tulipani. “Non so ancora quale sarà il ruolo di questo film nel mio percorso, lo scoprirò con il tempo. È una grande novità per me realizzare un’opera ambientata in un’altra epoca, e non è affatto semplice. Abbiamo dovuto creare un tempo tutto nostro. La storia si sviluppa nell’arco di un anno, e in ogni stagione accade qualcosa di significativo per Rosa, che affronta emozioni e sfide in sette settimane di riprese”.
Durante l’anteprima, un commento ricorrente tra il pubblico è stato: “Non sembra un film italiano”. Silvio Soldini ha commentato: “Ho spesso sentito questa osservazione sin dai miei primi lavori. Forse è dovuto al mio background parzialmente svizzero o al fatto che ho visto molti film di altre nazioni. Negli anni Settanta, il cinema tedesco mi emozionava profondamente, in particolare le opere di Wim Wenders“.
Mentre il film si prepara a debuttare nelle sale, Silvio Soldini ha intrapreso un nuovo percorso di insegnamento presso l’università, collaborando con IED Cinema. “Da anni lavoro nella formazione con Officine IED e ora con Cinema IED. Interagire con i giovani mi costringe a pensare in modo diverso, per aiutarli a perseguire i loro obiettivi senza essere impositivo. Lo scambio è reciproco, e c’è spazio per la sperimentazione e la crescita”.
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